“IL CORVO” di Edgar Allan Poe

IL CORVO di Edgar Allan Poe

POE è stato un artista rivoluzionario, letterato, geniale, genio letterario, genio. La sua opera ha aperto, sviluppato e percorso una strada differente rispetto a quella battuta dalla letteratura americana dell’epoca. Lo ricordiamo quindi per essere stato un innovatore, sperimentatore, quasi un esploratore della lingua e della scrittura in cui ha ritrovato e riproposto l’imprescindibile legame con la musica e soprattutto uno dei maggiori poeti contemporanei.

La poesia di Poe è ricerca del suono e molto più, è la musica stessa e perciò,tra le numerose traduzioni de “Il corvo”, lirica che mi piace collegare all’omonimo Asana Yoga, accolgo e condivido sulla nostra pagina, quella di Francesca Diano, la quale ha massimo rispetto delle tematiche e dei credo del poeta e cioè della di lui urgenza di riscoprire la musicalità insita nelle parole e di come egli operi sul testo poetico, ossia come in uno spartito musicale.

Caro a Poe è il Mistero, che il poeta sonda ed indaga continuamente, aprendo al lettore spiragli e scorci su scenari nuovi ed eterni, inconosciuti e intrisi di e nel tempo; la via

battuta dalla yoga, il cui presupposto è di ricongiungerci col mistero che ci ha portati, noi umanità, ad essere qui, in questo mondo, a trascorrere l’umana esistenza è senz’altro sensibile alla musica poetica, poesia musicale, di Edgar Allan Poe

corvo1


IL CORVO

Il CORVO (1845)

Edgar Allan Poe

Traduzione di Francesca Diano

 

Una tetra mezzanotte, meditando, fiacco e stanco

Sopra tomi antichi e strani di perdute conoscenze,

Con il capo tentennante, quasi mezzo addormentato,

Ecco a un tratto un lieve battito, come chi grattasse piano

Come chi grattasse piano alla porta della stanza.

<<Non è che un visitatore>>, mormorai, <<Che batte piano

alla porta della stanza. Questo solo e non più

Kakasana SHJ M:Cadenazzi

Kakasana SHJ M:Cadenazzi

*

Ah, ricordo chiaramente ch’era un tristo assai dicembre,

E ogni brace moribonda proiettava il proprio spettro.

Agognavo all’indomani: – vanamente avea cercato

Di trovare nei miei libri qualche tregua alla mia pena –

Pena per Leonore perduta –

Per la rara e risplendente giovinetta a cui hanno dato

Nome gli angeli  Leonore –

Che qui un nome avrà mai più.

*

Ed il serico frusciare, così incerto delle tende

Rosse mi facea tremare – mi colmava

di fantastici terrori sempre prima sconosciuti.

Così ora, per tacere il pulsare del mio cuore, ritto in piedi ripetevo

<<Non è che un visitatore che mi supplica d’entrare dalla porta della stanza; –

Qualche ospite in ritardo che mi supplica d’entrare;

Questo solo e nulla più.>>

*

E d’un tratto ebbi coraggio; cancellai l’esitazione,

<<Oh signore>>, dissi, <<o Dama, perdonatemi, v’imploro;

Ma di fatto ero assopito e così lieve bussaste

E così sommessamente voi bussaste alla mia porta,

Che mi parve appena udire>> – e qui spalancai la porta; –

Solo buio e nulla più.

*

Scrutai a lungo nella tenebra, ritto, incerto, spaventato,

Dubitante e poi sognando sogni che prima mortale

osò mai nemmen sognare.

Ma il silenzio era profondo e la tenebra spietata

Ed un’unica parola – bisbigliata – fu <<Leonore!>>

Questo era il mio sussurro ed un’eco mormorante

mi rispose, <<Leonore!>>

Solo questo e nulla più.

*

Ritornando nella stanza, la mia anima un incendio,

Presto ancora udii bussare con più forza del passato.

<<Di sicuro>> dissi, <<certo è qualcosa alla finestra:

Su vediamo cos’è mai; ch’io disveli quel mistero –

Che il mio cuore un po’ si calmi e che io sveli il mistero; –

Solo il vento e nulla più!>>

*

E l’imposta spalancai quando, un frullo e un batter d’ali,

Entrò un Corvo maestoso, di remoti giorni sacri.

Non mi fece riverenze; né un istante stette fermo,

Ma s’andò a posare sopra l’architrave della porta

come un nobile signore o milady, appollaiato

sopra il busto di Minerva che sovrasta la mia porta.

Fermo, immoto e nulla più.

*

Poi l’uccello nero ebano fece sì che in un sorriso

Io sciogliessi le atre angosce, col decoro grave e nobile

del severo atteggiamento.

<<Pur se il ciuffo hai tu rasato, di sicuro tu sei fiero>>, dissi,

<<corvo torvo, orrido e antico che veleggi dalle plaghe

della Notte – dimmi quale nome nobile hai tu

sopra il lido plutoniano  ch’è confine della Notte!>>

Disse il Corvo, <<Mai non più.>>

*

Molto mi meravigliai nell’udir quell’uccellaccio favellare tanto chiaro,

Pur se quella sua risposta non aveva senso alcuno

e a sproposito veniva;

Ché chi mai può convenire, che vivente creatura

Mai abbia visto un tale uccello sulla porta di una stanza.

Un uccello o altro animale sopra il busto cesellato sulla porta della stanza.

Il cui nome è <<Mai non più.>>

*

Ma, posato solitario sopra quel busto sereno, solamente disse il Corvo

Sol quell’unica parola, come se vi riversasse

per intero la sua anima.

E null’altro disse ancora – e non piuma scosse o mosse –

Finché appena bisbigliai, <<Altri amici son fuggiti prima d’ora-

E domattina egli pur mi lascerà, come già ogni mia speranza.>>

E l’uccello: <<Mai non più.>>

*

Mi sorprese quel silenzio, rotto solo dalla replica

così a senso pronunciata.

<<Senza dubbio>>, dissi allora, <<quel che dice non è altro

che soltanto dire sa

E l’ha appreso da un padrone incalzato da Sciagura impietosa

Ancora e ancora, tal che un solo  ritornello era quello dei suoi canti –

Che i suoi pianti disperati con quel triste ritornello ebber chiusa

Sempre quello, sempre quello

“Non più mai – mai non più”.>>

*

Ma quel Corvo, trasmutò le mie tristi fantasie

nuovamente in un sorriso

Ed allora trascinai proprio accanto a lui e alla porta

e poi al busto una poltrona:

Poi, affondato nel velluto, presi allora a collegare

Fantasia e fantasticare e mi chiesi che volesse

dire mai quell’uccello antico e infausto –

Cosa mai quel tristo, goffo, spaventoso e infausto uccello –

Dir volesse nel gracchiare  <<Mai non più.>>

*

Ciò, seduto, riflettevo, ma non sillaba volgevo

All’uccello  i cui occhi accesi mi bruciavano nel petto;

Questo ed altro ripensavo, con la testa reclinata

Sul velluto del cuscino che la lampada assetata riguardava avidamente,

Ma il velluto del cuscino viola, che la lampada assetata

riguardava avidamente

Lei non premerà mai più!

*

Poi parve addensarsi l’aria, con profumi ch’esalavano

da invisibile incensiere

Oscillato da alati angeli, i cui passi tintinnando

risonavano sul marmo.

<<Infelice>>, gridai allora. <<è il tuo Dio che li ha mandati –

con questi angeli ti invia un sollievo ed un nepente

al ricordo di Leonore!

Su trangugia quel nepente e dimentica Leonore!>>

Disse il Corvo, <<Mai non più.>>

*

<<Oh Profeta!>> dissi, <<creatura dell’inferno! – ma profeta nondimeno

che sia tu diavolo o uccello! –

Che ti mandi il Tentatore, o tempesta abbia inviato,

Solitario ma indomato in questo deserto incantato –

In codesta mia magione dell’Orrore – dimmi imploro –

Vi è – vi è un balsamo in Gilead? Dimmi, dimmelo, t’imploro!>>

Disse il Corvo, <<Mai non più.>>

*

<<Oh Profeta!>> dissi, <<creatura dell’inferno! – ma profeta nondimeno

che tu sia diavolo o uccello!

Per quel Ciel che ci sovrasta – per quel Dio che entrambi amiamo –

Di’ a quest’animo gravato dal tormento, se nell’Eden

Sì distante stringerò la cara santa a cui  Leonore

nome gli angeli hanno dato –

Stringerò la risplendente giovinetta rara a cui hanno dato

nome  gli angeli Leonore?>>

Disse  il Corvo, <<Mai non più.>>

*

<<Sia un addio questo tuo dire, uccellaccio di sventure!>>

gridai alzandomi all’impiedi –

<<Fa’ ritorno alla tempesta ed al lido plutoniano

della Notte!

Non lasciare piuma nera a ricordo del mentire che hai dianzi pronunciato!

Lascia intatto il mio silenzio! Lascia il busto sulla porta!

Togli il becco dal mio cuore e il tuo corpo dalla porta!

Disse il Corvo, <<Mai non più.>>

*

Ed il Corvo non s’alzò; sempre posa, sempre posa

Sopra il bianco busto pallido di Minerva sulla porta;

E i suoi occhi hanno l’aspetto di un demonio sognatore

E la luce della lampada che lo inonda getta l’ombra

sua di sopra il pavimento;

La mia anima dall’ombra che per terra aleggia immoto

non si alzerà – mai più!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

JIGYASA HAMSA JACOB MASSIMILIANO CADENAZZI Fondatore Shanta Pani School ITALIA Fedele al precetto delle sacre scritture dello Yoga e dei Vedanta, si attiene al metodo Yoga di Patanjali – “lascia fluire, lascia scorrere dentro di te la pratica, rispettando il tuo essere, nessuna forzatura deve esserci, neppure nella tua persona” – è formatore principale di Shanta Pani School. Ha fondato la prima rete di Centri Olistici in Italia che si avvale di operatori qualificati in più campi del Benessere Psicofisico (www.shantapanischool.com). Ha ideato e realizzato, coadiuvato da un gruppo d’insegnanti Yoga e operatori olistici, il primo FREE YOGA FESTIVAL in Italia, che si prefigge anche il compito di raccogliere fondi che vengono devoluti in beneficienza. Ha pubblicato “PENSIERI FOLLI DI UN MAESTRO YOGA” e “DIALOGHI TRA UN MAESTRO E UN VIAGGIATORE”. Ha messo in scena ”PENSO POSITIVO MA NON VUOL DIRE CHE NON CI VEDA” e ”DIO, L’UOMO E LE RELIGIONI”, entrambe piece teatrali interattive. COMPETENZE Ha a suo carico più di 35 anni di esperienza nello Yoga. Ha frequentato gli Ashram di Sivananda e Ananda e molteplici corsi con Manju Jois. Il suo percorso, inoltre, è arricchito da una ricerca continua frequentando scuole di Iyengar Yoga, Ashtanga Vinyasa Yoga, Kundalini Yoga, Raja Yoga. È insegnante certificato YOGA ALLIANCE E-RYT200, RYT500, RCYT, RPYT e YACEP. È insegnante Yoga donne in gravidanza e per bambini secondo il metodo Junghiano, riconosciuto dallo Y.A.N.I. E’ terapeuta in Ayurveda e specializzato nell’utilizzo delle piante officinali È specializzato in tecniche di rilassamento e pratiche decontratturanti, abilitanti per un trattamento terapeutico generale. È istruttore di Pilates Mat. È operatore di Kinesiologia Applicata ed esperto in Trigger Point e Kinesiotaping. Svolge seminari e anima scuole di formazione per vari centri in Italia, presso le sedi in Italia e la Scuola Ananda Ashram di Milano.

Connetti con me